giovedì 15 gennaio 2009

da leggere molto bene!

Quelli che… “Gaza è come un lager”

Posted: Wed, 14 Jan 2009 08:06:19 +0000

Questo articolo è uscito su “Vanity Fair”.
Siccome vivo la spedizione militare israeliana a Gaza come un disonore -oltre che una tragedia dagli esiti come sempre lontani dalle intenzioni di chi l’ha promossa- vi prego di registrare almeno un concetto elementare ma fondamentale: l’esercito israeliano non ha niente a che fare con il nazismo, Gaza non è un lager, l’operazione “Piombo fuso” è abissalmente distante dalla liquidazione del ghetto di Varsavia, accostare la stella di Davide alla svastica resta solo un infame accanimento.
Lo scrivo nella consapevolezza dell’abisso morale in cui i governanti d’Israele stanno facendo precipitare i loro (miei) soldati, illusi forse che sia la volta buona di mettere Hamas nelle condizioni di non nuocere. Ma non lo scrivo per consolarmi, o tanto meno per pignoleria. Lo scrivo per mettervi in guardia: dietro alla infondatezza del paragone storico fra i carnefici di Hitler e lo Stato ebraico, si cela un imbarbarimento che riguarda pure voi spettatori indignati di un conflitto reso ancora più orrendo dalla disparità delle tecnologie militari. Sottraetevi, ve ne prego, all’inutile giudizio su chi sia il più colpevole tra Hamas che spara razzi sui civili israeliani facendosi scudo dei civili palestinesi; e Tsahal che a protezione dei civili israeliani sopporta come necessaria l’uccisione di tanti civili palestinesi.
Prima di azzardare il paragone riproposto dal cardinale Renato Martino (Gaza come un lager), fermatevi un attimo a ricordare. Nel lager di Auschwitz furono in effetti deportati in schiavitù un numero di persone più o meno equivalente agli abitanti di Gaza, allo scopo di sfruttare l’energia di quelli in grado di lavorare, separati all’arrivo dai congiunti superflui inviati subito alle camere a gas. Vi servono dei numeri, per comprendere l’oscenità dell’analogia? In un solo giorno a Auschwitz (ma anche a Treblinka, Sobibor, Bergen Belzen, eccetera) veniva industrialmente “liquidato” un numero di persone superiore al numero di palestinesi morti a Gaza in un secolo di conflitto. Chiaro?
Ciò non cancella l’infamia delle centinaia di bambini massacrati fra le macerie dei campi profughi e di Gaza city, come danno collaterale della caccia al terrorista. Né la crudeltà di quei valichi di frontiera chiusi per anni a un flusso d’aiuti che fosse bastevole, pur di contrastare l’armamento di Hamas. E’ un recente progresso di civiltà il raccapriccio suscitato in noi da tali pratiche di guerra. Oggi noi condanneremmo come inaccettabili pure i bombardamenti alleati di Dresda e delle altre città tedesche nel 1944-45. Ma stiamo parlando di tutt’altra cosa.
Ho appena finito di leggere, e lo consiglio a tutti, un resoconto straordinario. Kazimierz Moczarski è stato un eroe della resistenza polacca al nazismo. Siccome però non era comunista, dopo la guerra fu rinchiuso nel carcere Mokotow dove, per 255 giorni, condivise la cella con Jurgen Stroop, il generale delle SS che aveva guidato la repressione della rivolta del ghetto di Varsavia. Stroop fu giustiziato nel 1952, Moczarski fu riabilitato nel 1956. “Conversazioni con il boia” (tradotto da Bollati Boringhieri con una postfazione di Adam Michnik) è lo straordinario resoconto di quell’episodio storico. Qui a noi basti ricordare che in sei giorni pasquali, fra il 19 e il 25 aprile 1943, il generale Stroop si vanta di avere ucciso 56065 abitanti del ghetto (compiacendosi della disposizione simmetrica della cifra). Più avanti ammetterà che la Grossaktion in Warschau superò le 70 mila vittime, durante quella Pasqua insanguinata. Devo ancora ricordarvi che il totale degli abitanti del ghetto di Varsavia trucidati nel corso di due anni fu di circa 400 mila persone.
Volete fare dei calcoli numerici, dei paragoni storici? Accomodatevi. Poi ne riparliamo. Ma nel frattempo sappiate che la malattia morale d’Israele si consuma proprio nel dibattersi fra la memoria incombente di quello sterminio e la sporca guerra di oggi che travolge i civili di Gaza.

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